Voglio essere come Sheena. Storia di una napoletana ribelle a Rabat

All’ingresso c’era un cartello, vietava di scattare foto. Il monito si ripeteva anche negli altri ambienti che ho attraversato. In effetti, è stato utile non scattare foto tra quelle mura. Quel divieto mi ha permesso di imprimere meglio nella mia memoria umana tutto quello che ho visto. Ho lasciato il mio telefono, insieme ai miei pensieri, chiuso in borsa ogni mattina per circa quattro ore. Lì, a Rabat, ho imparato che basta poco per allontanarmi dalle distrazioni del mondo e concentrarmi su quello che sogno, provo, voglio. Dalle 9 alle 13 ogni giorno per due settimane — un tempo che si è dimostrato non abbastanza per dare ma sufficiente per ricevere — io sono stata solo me stessa. Non contavano i miei studi, le mie esperienze professionali, non serviva essere all’altezza di numeri e performance, non occorreva mascara, una camicia stirata o delle scarpe strette.
Io, così com’ero e sono, bastavo a me stessa e soprattutto a chi dovevo supportare tra le mura del Centro Lalla Meriem.
Un divieto, che impone cosa non fare, mi ha in realtà concesso di vivere l’esperienza, che tanto avevo desiderato, nel modo più profondo e reale possibile. Ho registrato volti e dettagli, ho osservato le emozioni e il modo in cui queste si prendevano il loro spazio tra la mia testa, la mia pancia, il mio cuore. Ho lasciato che si depositassero, volevo che lo facessero. Le ho sentite e, quando le ho riconosciute, è stato allora che ho cominciato a scattare foto con i miei occhi. La mia preferita è quella che ritrae il mio riflesso nel vetro della porta della seconda stanza a sinistra del primo piano.
Mi vedo in piedi, dondolo su me stessa.
In quella foto solo mia e di nessuno, indosso il pantalone cargo verde che di lì a poco Amir avrebbe sporcato di colla UHU, incidente che Rawan, la piccola bambina con lo sguardo arrabbiato ma deciso, avrebbe denunciato con foga a Lamia, l’educatrice, che si era allontanata un attimo. Amir non lo sa ma mi è dispiaciuto rimuovere quella macchia in una delle due lavatrici avviate per lavare i vestiti di quel periodo e asciugare i ricordi ormai indelebili. Anche Rawan non lo sa ma mi ha fatto sorridere il cuore vederla semplicemente per quello che era: una bambina che si riappropria, con quel gesto infame del fare la spia all’adulto di turno, dell’infanzia che qualcun altro per lei aveva deciso di toglierle, in parte, abbandonandola lì.
Anch’io come lei mi stavo riappropriando di quello che, otto anni prima, non avevo potuto vivere, per scelta mia, forse paura e mancanza di libertà di cui qualcun altro per me, proprio come per lei, aveva deciso di privarmi.
Sopra il pantalone verde, quel giorno avevo la maglietta più punk del mio guardaroba, forse l’unica che si possa definire così. Bianca, di cotone leggero, a girocollo e con la stampa nera Sheena is a punk rocker, la nota canzone dei Ramones. In effetti, mi sono sentita un po’ come Sheena in quel momento, in quei giorni e anche dopo. Stavo cullando Nadine nel mio scatto preferito. Nadine in arabo significa speranza. Mentre la stringevo — o forse era lei a stringere me, a tenermi intera e in piedi — mi sono sentita piena di speranza e di una nuova voglia di ribellarmi, come Sheena, alla superficialità. Volevo rompere il guscio in cui mi ero adagiata, o in cui gli altri volevano rinchiudermi, per iniziare a cambiare le cose e fare la differenza con la mia parte di vita, di scelte, di tempo.
I miei capelli in Marocco si sono seccati in maniera inversamente proporzionale al nutrimento che il mio cuore ha assorbito con il resto delle cellule del mio corpo e della mia testa.
Sapevo che tornare sarebbe stato più difficile che partire. Dopo aver visto ciò che ho visto con i miei occhi, consapevole dei miei privilegi occidentali e attraversata da una paura fertile, non sarei più stata la stessa. O forse sarei stata la versione migliore di me. Di quel miglioramento al sapore di Amlou, però, sono riuscita a portare via con me solo un vasetto da 100 ml: una dose troppo piccola per contenere tutto ciò che quel divieto mi ha concesso di vivere.
Enrica Ranieri, volontaria in Marocco.



