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23 Gennaio 2026

Marocco: Meknès e Mohammedia, due volti di una stessa anima

Marocco

“Lo sapete che ognuno di noi è un colore?”

Tutto è partito da qui: quattro sconosciute e una conversazione sui colori. 

Luisa è sicuramente un terra di Siena, perché Luisa è terrena, concreta. Mette mano, si immerge nelle cose, nelle situazioni e si dona all’altro, nella sua profonda semplicità. Luisa è un terreno da cui poter imparare tanto. È anche portatrice di storie incredibili, di viaggi, di avventure che non sai come abbia fatto ad affrontare con così tanta serenità. Perché Luisa può, ma noi probabilmente non ce l’avremmo fatta. E quando meno te l’aspetti, ecco che i suoi insegnamenti passano ad un livello completamente diverso. Luisa sa consigliarti le migliori serie tv appena uscite su Netflix che non puoi assolutamente perderti. Ed è facile chiedersi: “Ah, ma quindi anche lei fa cose normali da persone normali?”

Marta è assolutamente un verde palude e non solo perché è stata scoutista. Marta è il colore di una natura fitta, compatta, dove potersi sentire al sicuro, ma all’interno della quale non è facile addentrarsi. Sa essere una buona compagna di avventure tra uno spuntino con una crêpe al cioccolato e un pain au chocolat appena c’è l’occasione. Solo così sarete sicuri che il suo umore rimarrà più o meno stabile e che nessuno di voi si farà del male. Quando arriva sera è consigliato lasciarle indossare tappi per le orecchie e mascherina per gli occhi, perché non sia mai che il minimo rumore o raggio di luce interrompa i suoi sogni.

Lorenza non può che essere un rosa amarena e non solo perché lei ama tutto ciò che fa alzare la glicemia. Lorenza ha un’anima delicata, buona, che si prepara a sbocciare. Ed è dolce proprio come lo zucchero, insaporisce e rende il tutto più piacevole. Nella sua tranquillità, Lorenza sa però spiazzarti, come quando dice che le piace la coca cola alla ciliegia e tu non sapevi nemmeno esistesse. È curiosa, attenta e con il suo corpo parla molto più che con le parole. Le basta solo qualche ballo di gruppo, un po’ di gente simpatica che parli inglese e la vedrete più disinvolta che mai. 

Poi c’è Camilla, color pantone provence. No, non è azzurro, non è celeste, è proprio un pantone provence. Camilla è sognatrice, creativa, entra nella profondità delle situazioni e ne vede sempre la luce. Con lei non si può che filosofeggiare sulla vita, ascoltare musica e cantare fino allo sfinimento, facendo giochi di conoscenza spiazzanti. Attenzione però quando siete in giro con lei ed è stanca. Dai suoi grandi discorsi, si passa repentinamente ad un mutismo senza precedenti accompagnato da uno sguardo fulmineo che ve lo raccomando. Insomma, se volete evitare di essere offesi, lasciatela semplicemente dormire. 

Noi, con i nostri colori, abbiamo intrapreso un viaggio che ne ha portati di nuovi. E in più si sono aggiunti suoni, odori, sapori, forme, consistenze e tanti sguardi, volti, storie. 

“Welcome to Morocco!” è la frase che ha preannunciato tutto questo bel caos. 

Bar abitati da uomini con sguardi attenti, a tratti pungenti, taxi di colori diversi in ogni città che vanno ad una velocità folle, gatti dappertutto, percussioni, profumo di incenso e cibo speziato e quanta sporcizia… Un mondo che comprende tutto e l’opposto di tutto. Siamo state straniere, ospiti e l’accoglienza che abbiamo ricevuto dai primi istanti fino alla fine dell’esperienza si è rivelata estremamente preziosa. Nella grande quantità di stimoli, di occasioni e anche di pericoli, non ci siamo mai sentite sole. Ed è questo che ha caratterizzato le nostre giornate: la profonda umanità incontrata in un tempo che, nonostante il caos, si è rivelato lento, generatore di riflessioni e di connessioni profondamente umane, sincere. 

La prima parte del viaggio, dal 2 all’8 agosto, si è svolta nella città di Meknès, dove abbiamo fatto volontariato all’orfanotrofio “Le Nid”, al quinto piano dell’ospedale Mohammed V. Il primo giorno, appena entrata, mi sono ritrovata con un neonato tra le braccia. Non avevo mai sentito la vicinanza di un corpo così piccolo al mio, ormai diventato grande. Non ho nemmeno avuto modo di pensare e già ero sul pullman che avrebbe portato me, e altri volontari con i neonati a loro affidati, a fare il vaccino in una clinica fuori dall’ospedale. In preda al caldo e alla paura di non saper tenere un bimbo in braccio, dovevo anche ricordarmi il suo nome, che mi era stato scritto su un foglietto di carta. Oltre al bambino dovevo riuscire a tenere quel benedetto foglio tra le dita senza perderlo e canticchiare qualche canzoncina per cercare di mantenere l’atmosfera il più calma possibile. Ed era solo la prima ora del primo giorno. 

Questo è uno dei tanti episodi che ho vissuto all’interno dell’orfanotrofio insieme alle mie compagne. Dall’allattare i bimbi piccoli, al prenderli in braccio per farli smettere di piangere, al farli giocare nella stanza da noi denominata “dei materassi e dell’aria condizionata”. Tutto ciò che facevamo in aiuto alle operatrici dell’ospedale sembrava essere incredibilmente surreale. E quanta stima nei confronti di tutte le donne incontrate che hanno scelto di fare del proprio lavoro una missione incredibile. 

Perché lavorare in orfanotrofio, per loro, vuol dire diventare madri di nuovo.
O per la prima volta.

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Uscite dal reparto dei più piccoli siamo andate poi incontro ad un'altra realtà altrettanto toccante e faticosa. Non vi sono solo neonati abbandonati, ma anche bambini e bambine dai 2 anni in su, fino all’età adulta, la maggior parte con gravi disabilità. Si parla di persone con un destino segnato, già scritto. È spesso un futuro, il loro, che non comprende la possibilità di uscire da quelle quattro mura. Pensare che la nostra presenza abbia portato anche solo un po’ di novità, di freschezza, mi fa sperare che ogni piccolo gesto che facciamo per gli altri può avere un valore inestimabile, anche se pensiamo non sia mai abbastanza. È faticoso essere in mezzo a questa sofferenza e rendersi conto che non c’è molto che si può fare se non esserci, fisicamente, con il proprio corpo. Il solo comunicare verbalmente è difficile, la maggior parte dei ragazzi parla l’arabo, per cui i gesti diventano fondamentali. Lo sguardo, il sorriso e le nostre mani diventano strumenti potentissimi, abbattono qualsiasi muro. Tra canti, balli, gite in piscina e momenti passati sul terrazzo dell’ospedale, le nostre vite si intrecciano alle loro per essere riempite di nuovo di umanità, di “bene”, per tornare all’essenzialità, al solo essere e stare insieme, portando nuova “luce”.

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Luisa, la nostra guida in questa avventura, ha proposto a tutte quante di scrivere dei bigliettini e appuntarci le sensazioni, i momenti che più ritenevamo importanti per noi durante tutta l’esperienza. Come vogliamo riempire il nostro vero bagaglio? Come possiamo non scordarci di tutta questa “bellezza”? Ho davvero fatto tesoro di questo per lasciare una traccia concreta, tangibile, da poter riprendere tra le mani tornata in Italia. Nell’esperienza in orfanotrofio, in particolare, ci siamo sostenute a vicenda confrontandoci poi anche con un altro gruppo di giovani volontari italiani incontrati sul posto. Le nostre vite si sono unite dentro ad un nuovo mondo che abbiamo vissuto all’insegna di balli e canti con i ragazzi portatori di disabilità, ma anche all’interno delle stanze dei bimbi più piccoli. E anche nelle serate di cibo marocchino e sottofondo di chitarra, dove i colori delle pareti di Meknès si univano perfettamente con il cielo ormai pronto a tramontare, ecco che un po’ ci siamo sentiti tutti a casa

Il tempo passa e, in mezzo anche a momenti di sconforto, di stanchezza e di malessere fisico per alcune di noi, ci si affeziona ai bambini e arrivano belle sorprese. Uno degli ultimi ricordi dell’orfanotrofio che trovo essere davvero un esempio di grande speranza, è stato quando ci hanno proposto di andare a portare un gruppo di quattro bambini a fare la foto per il passaporto. Sarebbero stati adottati tutti a breve. Incredibile assistere a questo momento che, nella sua semplicità, porta con sé un valore enorme. C’è qualcuno, nel mondo, che ha scelto di accogliere una vita abbandonata e darle una dignità. “On vit sans repères, mais jamais perdus” canta Yannick Noah nel brano “Hello”. C’è chi nasce senza punti di riferimento, eppure questo non vuol dire che allora si è persi completamente. Fortunatamente c’è chi, in mezzo alla sofferenza, si fa carico di responsabilità incredibili e si dona facendosi nuovo punto di riferimento per chi non ne ha mai avuto uno. Che meraviglia. 

L’ultimo giorno in orfanotrofio, tra festeggiamenti, musica e risate, è stato complicato. Gestire i tanti stimoli che abbiamo ricevuto e uscire da quel mondo così, completamente travolte dall’amore e dalla gioia dei bambini, ha avuto bisogno di un tempo di riflessione e di silenzio. I grazie che abbiamo ricevuto sono stati per me impattanti, a tratti contrastanti. Ancora mi chiedo se avessi potuto fare di più, se il tempo passato lì è stato abbastanza per me, per loro. Ma ho capito che, da questo viaggio, non ho raccolto certezze, risposte definite. Ho accolto e lasciato andare. Forse anche loro hanno fatto così con noi. Forse è in questo scambio reciproco di umanità che siamo “bastate” a loro e loro a noi.

È arrivato poi il tempo di nuovi spostamenti. 

Dalla caotica città di Meknès, ci siamo dirette verso Mohammedia, città portuale a pochi chilometri da Casablanca, dove siamo rimaste fino al 20 di agosto. Da un paesaggio di rovine e un’esperienza a contatto con la sofferenza, siamo arrivate a toccare le coste e a sentire profumo di oceano e nuove sfide da affrontare. Tra i vari pensieri che mi sono annotata quel 9 di agosto, appena arrivate, ho trovato una frase in particolare che dice: “Mi sento fuori posto”. Siamo state catapultate in una realtà completamente differente da quella dell’orfanotrofio. Una colonia per bambini e adolescenti, provenienti da famiglie del Marocco di diverso ceto, all’interno di una struttura già organizzata e definita. L’attesa nel capire cosa avremmo dovuto fare è stata infinita, oltre che destabilizzante. Un po’ mi sono chiesta cosa ci facessi lì, quale fosse il mio ruolo e ho provato per la prima volta, in quelle settimane, una profonda nostalgia per ciò che è familiare, dove c’è certezza, dove tutto appare stabile, conosciuto. Ricordo ancora che siamo andate a vedere l’oceano e, in quell’istante, ho avvertito la mia piccolezza davanti all’ignoto. A volte la vita ti chiede di restare in mezzo alle onde, al movimento, alla fatica e devi poterti ricordare che, soprattutto da quegli attimi, imparerai tanto. Ringrazio per le sensazioni contrastanti che ho provato quei primi giorni in colonia, perché ora ne riesco a vedere meglio l’effetto positivo che hanno generato in me.

Nell’entrare in questa nuova realtà in punta di piedi ci siamo sentite osservate dai tanti volti straniti e dubbiosi rispetto alla nostra presenza. Eppure, è bastato poi davvero poco per cominciare a relazionarci con i nuovi ragazzi incontrati e farne una vera e propria ricchezza. Le tante lingue che abbiamo parlato per farci capire, i loro sguardi intensi, amorevoli e curiosi. E poi l’équipe di educatori che, a mano a mano, ci ha sostenute in questa nuova avventura. Con la loro musica, i loro canti e le loro abitudini da rispettare, abbiamo goduto di un tempo lento, da non gettare, anche se faticoso da accettare e da comprendere. Fare pace con i propri pregiudizi e lamentele è servito per predisporci all’ascolto, all’osservazione senza giudizio, con uno sguardo curioso e attento. Io so da che mondo arrivo, qual è la cultura in cui sono cresciuta, ma ora mi godo quella in cui sono ospite, senza pretese.

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Il volontariato ha forme diverse e non è solo e necessariamente destinato a situazioni di povertà o disagio tangibile. Questo mi ha portato molto a riflettere sul senso dell’esperienza in colonia. E soprattutto a capire che, l’aiuto non passa necessariamente da grandi gesti e non serve metterlo in pratica per un senso di utilità. Ha un valore più alto, che ha a che vedere con la capacità di adattarsi ad una condizione nuova e farne un’occasione bella per creare connessioni e scoprirne la bellezza che celano. Indipendentemente dalla situazione in cui ti trovi, il volontariato ti cambia, perché si tratta sempre e comunque di umanità condivisa. 

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Tra giochi di squadra, disegni, partite a carte, foto e tuffi in piscina tutto ha preso una forma completamente diversa. Amine, Issam, Ahmed sono solo alcuni dei volti adulti che ci hanno sorriso e si sono mostrati interessati alle nostre difficoltà, ai nostri dubbi, ma anche a ciò che il Marocco ci stava regalando. In una serata di musica, incenso e tè marocchino sotto la tenda, qualche lacrima è scesa e ci siamo fatte travolgere dalla loro accoglienza. 

Dentro ad una realtà che ci ha messe molto alla prova, ricordo con grande piacere le chiacchierate che Marta, Lorenza, Luisa ed io abbiamo fatto nei momenti di libertà e di svago, soprattutto la sera, quando avevamo uno spazio da dedicarci. Non scorderò Luisa quando ci disse, durante una serata in cui non riuscivamo ad addormentarci: “Come farò senza di voi!”. In quel momento ho pensato subito ad una frase che Amine, educatore del centro, ci aveva consegnato in quei giorni. Il tempo che non viene utilizzato bene è vita persa. Mi sono chiesta come si potesse fermare quel tempo prezioso, come non farmelo sfuggire dalle mani. Eppure, ho capito che, più che fermarlo, bisogna imparare a goderselo il più possibile e non sprecarlo in cose che non generano il Bene. 

Ed è un attimo che arrivano i saluti, i ringraziamenti e l’emozione. 

Mi ritrovo catapultata in aeroporto e sento una neonata piangere forte, ho un nodo alla gola, il cuore pieno. Ritorno a Meknès per un attimo e non riesco più a trattenermi. Mi tornano alla mente volti di piccoli esseri umani all’inizio di un percorso già ostacolato. E poi subito H., una ragazza della colonia che, l’ultima sera, durante i saluti, si trovava a poca distanza da me, con uno sguardo particolarmente triste. Mi sono avvicinata a lei come per dirle che c’ero, senza usare però alcuna parola. L’ho abbracciata più forte che potevo dandole un bacio, sulla guancia, come per proteggerla. E siamo scoppiate a piangere insieme. 

Se ho scoperto un Amore così grande, perché accontentarmi di meno di questo?

Shway shway, piano piano, ritorno alla mia quotidianità e mi rendo conto che, quello che volevo dalla vita adesso, era proprio quello che mai avrei immaginato.

Il Marocco ha più colori ora e noi quattro ne portiamo le sue sfumature.

Ci auguriamo di ritornare in mezzo a questo bel caos e viverlo con cuore e mente aperti a nuove sfide.

A presto caro Marocco,

Inshallah

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