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Ecuador: un mattoncino per costruire un castello

Come raccontare la mia esperienza di Servizio Civile in questa realtà tutta particolare che Francesco, il mio compagno di viaggio in Ecuador, ha descritto a pennello?

Pensando a questi otto mesi passati qui mi si dipingono nella mente macchie di sfumature di verdi e marroni. Una mescolanza indissolubile di fatiche e ricariche di bellezza. Mi viene subito da associarla alla foresta pluviale, una delle ricchezze ambientali che dà il nome alla provincia di Esmeraldas, dove si inserisce il progetto OVCI.

Ci cammino dentro. Sono attorniata dai tronchi degli alberi, devo guardare il terreno, spesso fangoso, cercando di non mettere male il piede. Sì, a volte vedo dei rami bassi che invadono il cammino con le loro grandi foglie, o in lontananza qualche cima, che indica una prossima discesa. Scivolo. Mi aggrappo alla guida, senza la quale non potrei orientarmi e uscire da questa macchia imponente di vegetazione. È difficile guardare in alto, dove ci sono le chiome frondose dei vari tipi di palme e alberi, e dove si vedono i fiori coloratissimi e i dolci frutti. Ho bisogno di fermarmi per poter riprendere fiato e apprezzare la meraviglia dei colori sopra di me.

Non posso nascondervi che, in questi mesi di cammino da giovane e neolaureata in Terapia della Neuro e Psicomotricità, mi si sono presentate davanti molte difficoltà. Non nasconderò che le mie sicurezze si sono sciolte; che pur stando attenta ho fatto molti errori; che mi sono sentita sola, non compresa; che non vedevo risultati in ciò che facevo; che mi sono sentita impotente e inutile; che non capivo molte cose; che mi sono sentita stanca, spenta, demotivata.

“Ah, si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta […] ma tra la partenza e il traguardo in mezzo c’è tutto il resto. E tutto il resto è giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire, e costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione”, canta Niccolò Fabi.

Non ricordo cosa mi fossi immaginata prima di partire, ma di sicuro non avevo fatto i conti con tutto il resto, non ero pronta a rinunciare alla perfezione, o meglio, ad accettare le imperfezioni che pur sapevo, in questo luogo si sarebbero manifestate esponenzialmente. Le contraddizioni della società ecuadoriana e della realtà esmeraldeña, la mancanza di valori solidi, di dignità, la difficoltà di comunicazione, ma soprattutto le mie debolezze, le mie inadeguatezze.

Così mi sono lasciata appesantire dalle difficoltà e ho avuto bisogno di fermarmi diverse volte. E per fortuna.

In questi momenti ho potuto godere dell’incanto in cui sono immersa e che, per l’orgoglio di andare avanti, di potercela fare da sola, non riuscivo a notare. In questi momenti ho potuto dire “vale la pena passare per questo sentiero!”. Vale la pena ripetersi perché anche una mamma segua un tuo consiglio anche solo per una volta; guadagnarsi la fiducia di una ragazzina per vederla anche solo una volta al mese; cercare mille diverse idee per lavorare sul solito obiettivo; continuare a visitare una persona vale la pena perché accetti l’attività che gli proponi anche solo per una volta; affrontare l’indifferenza di un genitore vale la pena per la vita di quel bambino; fare due o tre ore di autobus per l’impegno che ci mette quella promotrice nel capire qual è il bene per le persone che incontriamo, vale la pena.

Il mio apporto per questo grande progetto è misero, non è neanche mettere un mattoncino per quello che c’è da costruire, è solo aiutare a trovarlo, o a portarlo. Perciò vale la pena per tutti loro, ma vale la pena soprattutto per me.

Quest’anno di Servizio Civile mi sta portando a conoscere i lati di me che nei miei luoghi sicuri non avrei scoperto, ma soprattutto, grazie all’esempio e all’appoggio di chi è parte di tutto questo, mi sta portando a cercare i mezzi per migliorarmi. La chiave che mi è stata data è il superamento dell’individualismo, capire che indipendenza non significa non aver bisogno di nessuno, ma è dare il massimo di sé stessi e farsi aiutare dove non si riesce con le nostre sole forze.

Trovare l’energia nel lavoro condiviso con i colleghi, la forza nel confidare debolezze ai compagni espatriati, ritrovarsi a casa accolti nelle povere dimore delle famiglie. E grazie a queste relazioni piene di linfa posso dire di stare ora disfrutando, godendo a pieno l’Ecuador. Grazie


Chiara Sonego - serviziocivile in Ecuador

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